Porto sempre con me
un minuscolo taccuino.
Ci annoto ciò che sento,
lo impregno di me stesso,
del mio blaterar spento.
Linee rette su pallide tele,
scandiscono concetti
conniventi di un martirio
che si dilunga dentro me.
Sfoglio con cautela
ecchimomi floreali;
variopinte manifestazioni
di labili intenti e unioni.
Ma la carta non basta
a stroncare un flagello,
la penna si sfalda,
l’inchiostro non resta.
Lezi nefasti, un tempo accolti,
si infrangono sulle pieghe
della coscienza mia.
Con le dita, pettino fili d’erba
e corolle imperlate
infioriscenze screziate,
nelle quali scorgo un volto.
Le falangi solcano dolci venature,
i polpastrelli ne arpeggiano i bordi,
ne scorgono il palpito, la linfa.
Gocce di rugiada accarezzano le fronde,
rondini sovrastano la silente boscaglia,
e io, gracilmente, mi accosto a loro
volteggio con Zefiro,
dimentico l’inchiostro
e la carta che lo imprigiona.
Scrivere, forse,
aiuta più a smarrirsi
che a trovarsi, e io desidero
più d’ogni altra cosa
incontrarmi.
