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Danse macabre, Op. 40

Questa nevrastenia discorre solitaria in lentissime, estenuanti stagioni dalle sfumature brillantemente ascetiche, che leggere e caduche mi sfiorano la carotide e solleticano timidamente l’animo.

L’aldilà mi sovviene e mi prende di rappresaglia, mentre io, meditabondo e interiormente logorato, ripesco frattaglie nervose di sfregi andati perduti.

Intravedo l’amor nobile ed incondizionato, puro ed assetato, vortice primordiale ed annullante di un’incombenza che sfugge alle dolci e rasserenanti corporeità del solipsismo.

Una foglia d’edera ed una lama arrugginita.

Una vena recisa. Uno zampillo di sangue che non cessa di imbrattarmi la pelle.

Un fiotto inarrestabile, tracotante e scurrilmente virgineo.

Una cicatrice sulla gola, evidenziata dal pomo d’Adamo, subitaneo e lampante avvertimento di un’esistenza labile, mi riporta a casa.

Spiro un’istante. Il vuoto.

Mi guardo allo specchio, ma non vedo più nulla.

È tutto sfocato, confuso, buio, spaventoso e struggente. Un viaggio onirico, ma feroce e vivido quanto basta da essere tranquillamente sovrapponibile alla realtà.

Secondo dopo secondo, intravedo nuovi dettagli che compongono quella figura distorta e nauseabonda. La mia faccia ha adesso raggiunto deformità senza pari.

Le palpebre sono seghettate, lunghe, spezzate e buie come il fondale dell’oceano.

Il naso appare goffo, lucido, visibilmente molliccio e giallognolo.

Le labbra sono bluastre, secche, raggrinzite. Appaiono quasi spellate, sventrate, spolpate della loro linfa vitale che, stagioni fa, fluiva in un tenerissimo rosa carne.

Le guance sono scavate e disgustoamente asimmetriche.

La fronte è gonfia e altrettanto lo è il mento.

E a dispetto di tutto ciò, la mia espressione è serena e spensierata.

Quasi come se essa non si curi di ciò che va accadendo, dell’inarrestabile deterioramente che dalle mie membra sprofonda come un virulento parassita fra le pieghe del mio cuore.

Ma questa visione mi è quasi pacificante, come se ponesse una tregua indefinita a una guerra che procede da fin troppo tempo, lasciando i soldati di entrambi i fronti incancreniti, stanchi e moribondi.

Afferro il bianco stendardo del cessare il fuoco, lo impugno fermamente e lo scaravento con brutalità contro il vetro dello specchio che si infrange, generando un fragore assordante ma piacevolmente liberatorio.

Ammiro i rimasugli dello specchio, il loro riflesso incompleto ed imperfetto mi provoca sereni ricordi dell’infanzia.

La vena si è richiusa, l’emorragia è cessata e le cicatrici sono scomparse, ma altri frammenti di vetro si sono conficcati nella mia pelle, lacerandola.

Se non fosse per il sangue che cola lungo le pieghe del mio corpo, non me ne sarei nemmeno accorto.