Introduzione superflua
Avevo voglia di entrare in libreria quel giorno.
Giravo per l’ipermercato al fianco della mia ragazza, ed ero sinceramente di buon umore nel guardare quei lunghi spazi ricolmi di gente, avvolto poi da quell’atmosfera deliziosamente pre-natalizia, caratteristica dei primissimi giorni di Dicembre.
Per qualche ridicolo ed ignoto motivo però, qualcuno aveva ben deciso di blastare a tutto volume ”Satisfaction” di Benny Benassi nell’interno edificio, scatenando in me tenui ma sonore risate.
Una volta in libreria, ci fiondammo senza indugio nel reparto di narrativa, entusiasta all’idea del mio prossimo acquisto.
Sbirciavo timidamente ”Il libro bianco” di Han Kang, ”L’Avversario” di Carrére, chiesi perfino al commesso se avessero in stock ”Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” di Olga Tokarczuk.
A pensarci ora credo mi intrigasse di più il titolo che l’incipit. In ogni caso, pareva non lo avessero.
Tutto sommato però avevo le idee chiare. Volevo qualcosa di impattante. Forse perfino tanto da farmi star male.
“Non avevo mai sentito dire da nessuno che Dio potrebbe anche non esistere.”
Mirando gli scaffali ed inclinando come un ossesso la testa di 45° verso sinistra o destra a ritmi alterni (in base all’orientamento dei titoli impressi sulla rilegature), intravedo lui, un celebre romanzo di un tale ”Daniel Keyes“.
Apparentemente mi trovavo dinnazi ad un’opera ritenuta alla stregua di un toccante ma violento pugno nello stomaco. Così almeno avevo sentito dire…
Lo afferro, ammiro celermente la copertina che raffigura un labirinto dalle tonalità bluastre, mi butto poi con lo sguardo sulla quarta di copertina e cerco di capirne un po’ la trama.
Charlie Gordon ha trent’anni e un desiderio profondo: diventare intelligente. Affetto da un grave ritardo mentale, viene scelto come primo essere umano per un esperimento scientifico rivoluzionario, volto a triplicare le capacità cognitive. Prima di lui, un topolino di nome Algernon, è stato sottoposto al medesimo trattamento con gran successo.

Non ero ancora totalmente convinto. Mi è però bastato andare alla primissima pagina del primo capitolo per rendermi conto di esser dinnanzi a qualcosa di potenzialmente straordinario.
Questo libro è scritto come un diario, dove Charlie racconta la sua vita e i progressi dell’esperimento. Ciò che stupisce inizialmente è il modo unico che riflette la condizione mentale del protagonista: il testo è infatti pieno di errori ortografici e di punteggiatura ed una sintassi alquanto infantile, che suscita nel lettore tenerezza e compassione.
Pagina dopo pagina, assistiamo con stupore ai progressi di Charlie, al miglioramento delle sue capacità di comprensione, scrittura, comunicazione. Gli errori di natura ortografica scompaiono, lasciando spazio ad una scrittura impeccabile, ragionamenti complessi, osservazioni sagaci.
Quello che inizialmente sembra già di per sé un miracolo, diventa assurdità nel momento in cui sfonda così tanto quel muro che noi chiamiamo ”intelligenza”, astrazione che cerchiamo di misurare in maniere fallaci ed approssimative.
Ebbene, Charlie dopo qualche tempo risulta non essere soltanto ”migliorato”, ma diventa a conti fatti un vero e proprio genio, raggiungendo un quoziente intellettivo di 204 (da quello che prima, all’inizio del racconto, era un misero 68).
Sto vivendo in un picco di chiarezza e bellezza di cui ignoravo l’esistenza. Ogni fibra del mio essere è in sintonia con il lavoro. Di giorno lo assorbo attraverso i pori e di notte — negli istanti prima di scivolare nel sonno — le idee mi esplodono in testa come fuochi d’artificio. Non esiste gioia più grande dell’improvvisa folgorazione della soluzione a un problema. È incredibile pensare che possa accadere qualcosa capace di portarmi via questa energia spumeggiante, questo entusiasmo che permea ogni cosa che faccio. È come se tutta la conoscenza che ho assimilato in questi mesi si fosse fusa insieme, sollevandomi verso una vetta di luce e comprensione. Questa è bellezza, amore e verità, tutto in uno. Questa è gioia.
Strana questa faccenda della cultura; quanto più progredisce, tanto più mi rendo conto di non aver mai neppure saputo della sua esistenza. Poco tempo fa credevo stupidamente di poter imparare ogni cosa… Tutto lo scibile umano. Ora spero soltanto di poter capire che esiste e di capirne un solo granello
Con questa rinnovata consapevolezza di sé e del mondo, nella mente di Charlie riaffiorano ricordi traumatici a lungo sepolti.
Improvvisamente, tutto assume un significato diverso: il rapporto ambiguo con i genitori, il legame con la sorella e le “amicizie” con i colleghi della panetteria, che si rivelano per ciò che erano realmente: scherno e derisione camuffati da affetto.
Nonostante le capacità cognitive di un savant, Charlie soffre di una grande arretratezza emotiva. Ha la mente di Terence Tao ma il cuore di un bambino che non ha mai imparato a essere amato.
È difficile stabilire se sto sperimentando nuove sensazioni o rievocando il passato. Non è possibile stabilire che cosa sia ricordo e che cosa esista nel presente… per cui viene a formarsi uno strano miscuglio di memoria e di realtà; passato e presente; reazione a stimoli accumulati nei miei centri cerebrali e reazione a stimoli esistenti in questa stanza. È come se tutte le cose che ho imparato si fossero fuse in un universo di cristallo che ruota dinanzi a me…
Sono come un uomo che sia rimasto semiassopito per tutta la vita e cerchi di capire com’era prima di destarsi.
Questa discrepanza lo condanna ad un ulteriore tipo di solitudine, forse più atroce della prima: quella di chi comprende l’intero universo senza sforzo, ma finisce per sentirsi completamente solo.
Il “nuovo” Charlie opera una vera e propria separazione identitaria tra il “prima” e il “dopo”. Tenta di rinnegare il proprio passato, relegando il Charlie “stupido” in un angolo buio della sua mente, quasi fosse una persona distinta da sé. Eppure, il Charlie “genio” è costretto a farsi carico di tutto il dolore che la sua versione precedente aveva subito senza poterlo comprendere.
Accertare chi sono in realtà… chiarire il significato della somma della mia esistenza implica conoscere oltre al passato le possibilità dell’avvenire e sapere dove sto andando oltre a dove sono stato. Benché sappiamo che alla fine del labirinto ci aspetta la morte, ora capisco che la via ch’io scelgo nel labirinto fa di me quello che sono. Non sono soltanto una cosa, ma anche un modo di essere, uno dei tanti modi, e conoscere le vie che ho seguito e quelle che non ho preso mi aiuterà a capire che cosa sto diventando.
[Major Spoiler]
Ciò che distrugge il cuore del lettore è vedere come Charlie, anche quando la sua mente inizia inesorabilmente a regredire, si ostini a stilare i suoi rapporti. Riesce a malapena a scrivere, la grammatica si sfalda, i concetti complessi svaniscono, eppure ce la mette tutta. Questa sua determinazione non è più il desiderio di un genio di lasciare un’eredità scientifica, ma il disperato tentativo di un uomo di restare aggrappato alla propria esistenza.

Le lacrime sono, a mio avviso, inevitabili. Specialmente nelle ultime righe, in cui il protagonista fa riferimento al suo amichetto Algernon con il quale condivide un fato triste e travagliato, forse l’unico essere vivente che può in qualche modo ”capirlo“.
Consiglio vivamente a chiunque cerca qualcosa di diverso, particolare e che voglia seriamente farsi un catartico piantino.
PS: per piacere se posono metano cualke fiore su la tomba di Algernon nel kortile.
